STRACCIO DI UN MANIFESTO POETICO
Chi vi scrive è un citazionista, altrimenti un profano come avrebbe potuto affrontare l’argomento?
Lo immagino, il profano, che passeggia con un libro di aforismi scelti, nella tasca del risvolto del giaccone, vanaglorioso e saccente.
Ho sempre amato la citazione, poiché essa si presenta come un trampolino di lancio verso nuove forme di pensiero e di scrittura, è quel bel vestito che dà ragione ad ogni idea. Ridurla ad una mera dimostrazione di erudizione, ad una vanagloriosa esibizione è la carestia per il cervello e la fame per la bellezza.
Come mai degli scimmiottatori dalle code di pavone che starnazzano i versi degli autori morti, il mondo non è ancora stanco?
Delle storpiature, delle rigide letture di voci impostate, delle adunche mani rapaci aggrappate a fogli e dorsi, dei semi-pappagalli ammaestrati che starnazzano nelle oscure aiuole chiamate aule.
Perché?
Perché l’umano genere non ne è stufo?
Più di tutte è la poesia bersaglio di questi avventurieri del foglio strappato all’opera.
Certo è, che se sapessero i corpi che appartennero ai nomi di Neruda, Baudelaire, Rimbaud, dell’orrenda e noiosa ripetizione che hanno generato, lascerebbero le loro umide e verminose dimore, per insegnare a questi odierni banditori di rime il piede della scarpa e non certo quello del tribraco.
Essi stessi furono ispiratori di strofe, o seguirono coloro che avanzarono nel mondo al passo di esametri dattilici verso rocche inespugnabili.
Siate poesia. Non solo ciechi lettori, sospiranti e sospesi.
Siate coloro che ispirano i poeti, e poeti voi stessi, allora sarete chiamati.
Il cuore ha la sua metrica, per ogni sensazione. Ed ogni emozione e gesto, il suo ritmo.
La parola scritta permea la carta e affonda nel animo, come nel terreno lo zoccolo di un frisone indomito.
Dov’è finita discendenza di Caino dai denti digrignanti pronti ad azzannare la vita? “A rovesciare Dio giù sulla terra” … vi ho detto che amo le citazioni.
Si sente solo il belante belato di Abele?
E dov’è l’amore furente, indisciplinato, trasgressivo e violento?
Soffocato dall’ordine borghese ben pettinato. Reinventiamo l’amore, ma anche l’odio e il rancore, l’inganno e l’abbandono. Strade nuove sono ancora possibili e sono quelle antiche a suggerirci la direzione. Per essere ancor vive, esse conservano il senso del tempo andato, ma posseggono il valore di quello odierno. Ci hanno insegnato pochi sentimenti per tutte le vibrazioni dell’anima. Hanno chiuso l’amore nel cuore, quando ogni fibra dell’Essere risuona al solo accenno di quel passo atteso. Hanno chiuso la vita nelle case, quando è la strada da percorrere insieme che rende vivi.
Ora, non impugnate la penna come la spada, è vecchia e arrugginita come metafora, e neanche come aratro … è la freccia scoccata contro il cielo che schiacciò Babele. Scrivete, parlate finché le parole non diventeranno pietre, per la nuova cattedrale, per l’ultima intifada.
Non accettate spiriti che non siano nobili nei propositi, animi che non siano focosi nell’azione, indisciplinati e incoerenti, perché essi sono gli alfieri del moto perpetuo.
Fino a quando l’occidente sarà bilanciato tra bene e male, sarà stantio e muffoso.
Noi vogliamo essere ispiratori di poeti, simboli erranti e versi ignoranti.
Noi vogliamo la forza muta di un gesto ancestrale, il canto d’amore di un lupo solitario, noi vogliamo commuoverci ai raggi di luna, lontani dalle immagini dell’Apollo XIII, riscoprire i nomi degli Dei dalle statue rotte... Noi siamo il canto ubriaco che rompe il sonno dei sazi.
Questi sono i nuovi filosofi, in questa era di profeti tisici e di veggenti ciechi, vogliamo abbattere la città e spianare il Moloch della civiltà matematica.
Per riscoprire il piacere della sequenza di Fibonacci, tra i petali di un quadrifoglio. Coraggiosi fino all’incoscienza, delittuosi e furenti, vivi, nel segno di una sola verità, per quanto amara, per quanto acre, pronti a sacrificare la gola e il cuore all’altare della vita.
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