15 aprile 2012


STRACCIO DI UN MANIFESTO POETICO
Chi vi scrive è un citazionista, altrimenti un profano come avrebbe potuto affrontare l’argomento?
Lo immagino, il profano, che passeggia con un libro di aforismi scelti, nella tasca del risvolto del giaccone, vanaglorioso e saccente.
Ho sempre amato la citazione, poiché essa si presenta come un trampolino di lancio verso nuove forme di pensiero e di scrittura, è quel bel vestito che dà ragione ad ogni idea. Ridurla ad una mera dimostrazione di erudizione, ad una vanagloriosa esibizione è la carestia per il cervello e la fame per la bellezza.
Come mai degli scimmiottatori dalle code di pavone che starnazzano i versi degli autori morti, il mondo non è ancora stanco?
Delle storpiature, delle rigide letture di voci impostate, delle adunche mani rapaci aggrappate a fogli e dorsi, dei semi-pappagalli ammaestrati che starnazzano nelle oscure aiuole chiamate aule.
Perché?
Perché l’umano genere non ne è stufo?
Più di tutte è la poesia bersaglio di questi avventurieri del foglio strappato all’opera.
Certo è, che se sapessero i corpi che appartennero ai nomi di Neruda, Baudelaire, Rimbaud, dell’orrenda e noiosa ripetizione che hanno generato, lascerebbero le loro umide e verminose dimore, per insegnare a questi odierni banditori di rime il piede della scarpa e non certo quello del tribraco.
Essi stessi furono ispiratori di strofe, o seguirono coloro che avanzarono nel mondo al passo di esametri dattilici verso rocche inespugnabili.
Siate poesia. Non solo ciechi lettori, sospiranti e sospesi.
Siate coloro che ispirano i poeti, e poeti voi stessi, allora sarete chiamati.
Il cuore ha la sua metrica, per ogni sensazione. Ed ogni emozione e gesto, il suo ritmo.
La parola scritta permea la carta e affonda nel animo, come nel terreno lo zoccolo di un frisone indomito.
Dov’è finita discendenza di Caino dai denti digrignanti pronti ad azzannare la vita? “A rovesciare Dio giù sulla terra” … vi ho detto che amo le citazioni.
Si sente solo il belante belato di Abele?
E dov’è l’amore furente, indisciplinato, trasgressivo e violento?
Soffocato dall’ordine borghese ben pettinato. Reinventiamo l’amore, ma anche l’odio e il rancore, l’inganno e l’abbandono. Strade nuove sono ancora possibili e sono quelle antiche a suggerirci la direzione. Per essere ancor vive, esse conservano il senso del tempo andato, ma posseggono il valore di quello odierno. Ci hanno insegnato pochi sentimenti per tutte le vibrazioni dell’anima. Hanno chiuso l’amore nel cuore, quando ogni fibra dell’Essere risuona al solo accenno di quel passo atteso. Hanno chiuso la vita nelle case, quando è la strada da percorrere insieme che rende vivi.
Ora, non impugnate la penna come la spada, è vecchia e arrugginita come metafora, e neanche come aratro … è la freccia scoccata contro il cielo che schiacciò Babele. Scrivete, parlate finché le parole non diventeranno pietre, per la nuova cattedrale, per l’ultima intifada.
Non accettate spiriti che non siano nobili nei propositi, animi che non siano focosi nell’azione, indisciplinati e incoerenti, perché essi sono gli alfieri del moto perpetuo.
Fino a quando l’occidente sarà bilanciato tra bene e male, sarà stantio e muffoso.
Noi vogliamo essere ispiratori di poeti, simboli erranti e versi ignoranti.
Noi vogliamo la forza muta di un gesto ancestrale, il canto d’amore di un lupo solitario, noi vogliamo commuoverci ai raggi di luna, lontani dalle immagini dell’Apollo XIII, riscoprire i nomi degli Dei dalle statue rotte... Noi siamo il canto ubriaco che rompe il sonno dei sazi.
Questi sono i nuovi filosofi, in questa era di profeti tisici e di veggenti ciechi, vogliamo abbattere la città e spianare il Moloch della civiltà matematica.
Per riscoprire il piacere della sequenza di Fibonacci, tra i petali di un quadrifoglio. Coraggiosi fino all’incoscienza, delittuosi e furenti, vivi, nel segno di una sola verità, per quanto amara, per quanto acre, pronti a sacrificare la gola e il cuore all’altare della vita.

7 dicembre 2011

L’antica scelta (liberamente ispirata ad un’antica favola greca)



C’era una volta una casa nei pressi di un bosco.
Nel cortile un cane legato ad una catena, grasso e ben pasciuto, sonnecchiava.
Nel folto del bosco, invece, si aggirava un lupo, magro e febbricitante.
Una notte rischiarata dalla densa luce di una dolce luna piena, il lupo uscì dall’ombra del bosco e si avviò verso la casa, con passo lieve. Camminava sull’erba senza lasciare tracce, l’erba non era calpestata dalle sue zampe, bensì carezzata. Una leggera brezza portò al cane legato l’odore aspro del lupo. Subito rizzò le orecchie e digrignò i denti.
Il lupo, per nulla intimorito, continuò ad avanzare. Giunto a poca distanza dal cugino addomesticato, si sedette. Comprese le intenzioni dell’altro, il cane si sedette a sua volta e cominciò a parlargli.
-    Vedo che la fame e il freddo del tuo bosco e della tua notte ti hanno spinto fuori dalla tua tana, la disperazione ti ha reso coraggioso. -
Il lupo lo fissava senza rispondere.
Allora il cane, reso villano dal silenzio dell’altro, continuò
-    La solitudine del bosco fa la notte più scura, i morsi della fame ti tengono sveglio e tu non puoi opporti a questo. -
Fece un pausa ad effetto.
-    Guarda me, come sono grasso e ben pasciuto. Mangio due volte al giorno, quando piove ho dove ripararmi. Il mio padrone si prende cura di me. Tu, invece, stai ai margini. Ti danno la caccia per ucciderti, se sfuggi al piombo, ci sono le trappole pronte a storpiarti. Raccontano di te ai bambini per spaventarli. Sei reietto ed emarginato, costretto a dormire all’addiaccio a causa del tuo orgoglio. Porti su di te la maledizione dei tuoi padri, che per arroganza non si piegarono al volere degli uomini. -
Così dicendo il cane si gonfiava d’orgoglio, mentre il lupo continuava a fissarlo in silenzio.
Il cane si alzò, per dare più enfasi alle sue parole, gli anelli della catena che pendeva al suo collo tintinnarono. Allora il lupo spostò lo sguardo dal compagno alla catena, e poi di nuovo gli puntò gli occhi negli occhi. Con voce profonda e tetra, come se parlasse dall’antiche caverne del tempo, disse:
-    Quanto pesa quella catena? -
Il cane, furioso per l’impudenza del lupo, balzò per azzannarlo, ma la catena si tese, facendolo sbattere in terra. Il guinzaglio gli serrò alla gola, mezzo soffocato rimase disteso. La lingua gli penzolava dalla bocca aperta, gli occhi sgranati fissavano il vuoto, respirava a fatica. Il lupo si alzò, col suo passo lento si avvicinò.
Nella notte silenziosa il bagliore delle zanne tranciarono la gola del cane. Un fiotto di sangue scintillò contro il cielo stellato.
Il lupo si allontanò verso il bosco, inghiottito dalle ombre scomparve. Mentre la luna si avviava verso l’occidente, nella notte che volgeva a termine, si alzò un lento e triste ululato.

29 settembre 2011

Clessidra N° 1



Accendeva una sigaretta dopo l’altra. Tra le dita nodose, vecchie, bruciate dal sole e dalle carezze, teneva la sigaretta come una spada puntata contro il mondo. Il portacenere sul tavolo era strapieno, sulla sua testa il fumo aleggiava come una nuvola azzurrina e benigna, un enorme aureola di blasfema santità. Dita curate, dita bruciate, dita di un musicista, asimmetriche come un improvvisazione jazz. Un abito scuro, che aveva conosciuto tempi migliori, ma che ancora conservava la sua eleganza. Sulla sedia un cappello e vicino un bastone scuro dal pomo d’argento. Aveva lo sguardo fisso nella tazzina del caffè, come se dentro vi scoprisse nuovi mondi. Era seduto a due tavoli da me, ma la distanza tra me e quell’uomo era incalcolabile. Ogni cosa intorno sembrava che gli fosse lontana, tranne quella tazza di caffè.
Era il tramonto.
Le ombre si allungavano lentamente verso il nero profondo della notte. Il posacenere, svuotato più volte dal garzone, si era riempito con la stessa velocità. Le ombre si fusero tra loro in fretta, ogni cosa era senza oscura copia. Il sole era tramontato oltre la gobba del mare. Uomini, animali, palazzi e piante non proiettavano alcun doppione sulla faccia della terra.
Era notte.
Con energia spense l’ultima sigaretta, lasciò una manciata di soldi, mancia compresa, sul tavolino. Prese il cappello, prese il bastone e imboccò la porta nel momento stesso in cui si accesero le luci dei lampioni per la strada. Il passo risoluto, scandito dal bastone sul selciato, si spense nella notte. L’istinto di seguirlo fu forte, ma restai seduto a finire il mio caffè, la mia sigaretta e a tener compagnia alla mia ombra fioca, nata dalla luce delle lampadine del bar. Giunse l’ora. I tavoli svuotati e ripuliti furono coperti con le sedie capovolte. Il garzone spazzava via cicche e polvere dal pavimento di legno logoro. Era la chiusura.
Raccattai le mie cose, imboccai anch’io la porta e mi avviai verso casa. Lungo la strada, tra gli scogli, oltre il muro, il mare si infrangeva con monotonia. Nella sabbia bagnata affondava il pomo d’argento di un vecchio bastone, tra le scure onde un cappello andava alla deriva. Passai oltre.
Cinquant’anni dopo …
Non conto più le cicche nel portacenere. Osservo il fondo della tazzina di caffè che mi sta davanti. Una vecchia mi disse che nelle spirali del caffè si nasconde il futuro. Io cerco nomi di donna passati, profumi, colori sbiaditi dal tempo, vi leggo i sapori di latitudini lontane, di emozioni dipinte nell’attimo. Il cappello è sulla sedia, il bastone dal pomo  d’argento è poggiato alla parete. Mi accorgo della sigaretta tra le dita e prendo una boccata della mia aria. Il giorno si appresta al crepuscolo, le ombre si allungano. Ieri è divenuto domani. Il mio presente è andare, l’ultima scintilla d’energia dà senso al gesto di uscire dalla scena ormai vuota di questo bar. Fuori le onde si infrangono sugli scogli lungo la riva. Il bastone scandisce i miei passi sul selciato. Ho visto il ragazzo seduto poco lontano da me, mi guardava mentre uscivo. È rimasto seduto ad aspettare la chiusura.
Mi auguro che scelga un’altra strada per tornare a casa.

27 settembre 2011

INCIPIT

marina di Varcaturo
Per ricordare questo viaggio chiamato Vita, per ricordare che ad ogni fine corrisponde sempre un nuovo inizio.
... Si parte con le speranze di un albatros lanciato contro le tempeste, per giungere a nuove terre.