29 settembre 2011

Clessidra N° 1



Accendeva una sigaretta dopo l’altra. Tra le dita nodose, vecchie, bruciate dal sole e dalle carezze, teneva la sigaretta come una spada puntata contro il mondo. Il portacenere sul tavolo era strapieno, sulla sua testa il fumo aleggiava come una nuvola azzurrina e benigna, un enorme aureola di blasfema santità. Dita curate, dita bruciate, dita di un musicista, asimmetriche come un improvvisazione jazz. Un abito scuro, che aveva conosciuto tempi migliori, ma che ancora conservava la sua eleganza. Sulla sedia un cappello e vicino un bastone scuro dal pomo d’argento. Aveva lo sguardo fisso nella tazzina del caffè, come se dentro vi scoprisse nuovi mondi. Era seduto a due tavoli da me, ma la distanza tra me e quell’uomo era incalcolabile. Ogni cosa intorno sembrava che gli fosse lontana, tranne quella tazza di caffè.
Era il tramonto.
Le ombre si allungavano lentamente verso il nero profondo della notte. Il posacenere, svuotato più volte dal garzone, si era riempito con la stessa velocità. Le ombre si fusero tra loro in fretta, ogni cosa era senza oscura copia. Il sole era tramontato oltre la gobba del mare. Uomini, animali, palazzi e piante non proiettavano alcun doppione sulla faccia della terra.
Era notte.
Con energia spense l’ultima sigaretta, lasciò una manciata di soldi, mancia compresa, sul tavolino. Prese il cappello, prese il bastone e imboccò la porta nel momento stesso in cui si accesero le luci dei lampioni per la strada. Il passo risoluto, scandito dal bastone sul selciato, si spense nella notte. L’istinto di seguirlo fu forte, ma restai seduto a finire il mio caffè, la mia sigaretta e a tener compagnia alla mia ombra fioca, nata dalla luce delle lampadine del bar. Giunse l’ora. I tavoli svuotati e ripuliti furono coperti con le sedie capovolte. Il garzone spazzava via cicche e polvere dal pavimento di legno logoro. Era la chiusura.
Raccattai le mie cose, imboccai anch’io la porta e mi avviai verso casa. Lungo la strada, tra gli scogli, oltre il muro, il mare si infrangeva con monotonia. Nella sabbia bagnata affondava il pomo d’argento di un vecchio bastone, tra le scure onde un cappello andava alla deriva. Passai oltre.
Cinquant’anni dopo …
Non conto più le cicche nel portacenere. Osservo il fondo della tazzina di caffè che mi sta davanti. Una vecchia mi disse che nelle spirali del caffè si nasconde il futuro. Io cerco nomi di donna passati, profumi, colori sbiaditi dal tempo, vi leggo i sapori di latitudini lontane, di emozioni dipinte nell’attimo. Il cappello è sulla sedia, il bastone dal pomo  d’argento è poggiato alla parete. Mi accorgo della sigaretta tra le dita e prendo una boccata della mia aria. Il giorno si appresta al crepuscolo, le ombre si allungano. Ieri è divenuto domani. Il mio presente è andare, l’ultima scintilla d’energia dà senso al gesto di uscire dalla scena ormai vuota di questo bar. Fuori le onde si infrangono sugli scogli lungo la riva. Il bastone scandisce i miei passi sul selciato. Ho visto il ragazzo seduto poco lontano da me, mi guardava mentre uscivo. È rimasto seduto ad aspettare la chiusura.
Mi auguro che scelga un’altra strada per tornare a casa.

27 settembre 2011

INCIPIT

marina di Varcaturo
Per ricordare questo viaggio chiamato Vita, per ricordare che ad ogni fine corrisponde sempre un nuovo inizio.
... Si parte con le speranze di un albatros lanciato contro le tempeste, per giungere a nuove terre.